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Quando si parla di passaggio generazionale, si pensa spesso al trasferimento della proprietà dell’azienda o delle quote societarie. In realtà, una famiglia può scegliere anche una strada diversa: lasciare ai figli solo l’amministrazione dell’impresa, almeno in una prima fase, mantenendo in capo al genitore la titolarità del patrimonio aziendale. È una soluzione frequente quando si vuole avviare un ricambio graduale, senza anticipare subito donazioni, successione o patto di famiglia. Nelle società, infatti, gestione e proprietà non coincidono necessariamente, e la legge consente che l’amministrazione sia affidata a uno o più soggetti nominati secondo le regole del tipo societario e dello statuto.
Lasciare l’amministrazione ai figli significa attribuire loro il potere di guidare l’attività, prendere decisioni operative e rappresentare l’impresa nei limiti previsti dalla legge o dall’atto costitutivo, senza trasferire immediatamente la proprietà dell’azienda o delle partecipazioni. In pratica, il genitore continua a restare imprenditore o socio, mentre il figlio entra nella cabina di regia dell’impresa. Si tratta di un passaggio che può avere una funzione organizzativa molto utile, perché consente di separare il tema della continuità gestionale da quello della futura successione patrimoniale.
Questa impostazione è particolarmente adatta quando il titolare desidera accompagnare i figli nella gestione prima di compiere scelte definitive sulla proprietà. Il vantaggio principale sta proprio nella gradualità: il figlio comincia a misurarsi con clienti, fornitori, dipendenti e scelte strategiche, mentre il genitore mantiene un ruolo di controllo e indirizzo. In questo modo il passaggio non avviene in modo improvviso, ma si costruisce nel tempo, con una maggiore continuità organizzativa. Questa valutazione è pratica, ma trova un chiaro fondamento nel fatto che l’ordinamento distingue l’amministrazione dalla titolarità dell’impresa o delle quote.
Nelle società, la soluzione più lineare è la nomina del figlio come amministratore. Nella s.r.l., per esempio, il Codice civile prevede che la gestione dell’impresa spetti esclusivamente agli amministratori, i quali compiono le operazioni necessarie per l’attuazione dell’oggetto sociale. Salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, l’amministrazione è affidata a uno o più soci nominati con decisione dei soci. Questo significa che il figlio può anche essere inserito nella gestione attraverso una nomina formale, senza che vi sia ancora un trasferimento completo della proprietà.
Dal punto di vista pratico, le formule più usate sono diverse:
La forma più prudente, soprattutto nelle imprese familiari di una certa dimensione, è spesso quella dell’affiancamento. In questo scenario il genitore non esce subito dalla gestione, ma continua a operare insieme al figlio, accompagnandolo nelle decisioni più delicate. È una scelta che consente di trasferire competenze e rapporti professionali, evitando che il ricambio generazionale si traduca in una rottura troppo netta.
Nel caso dell’impresa individuale, il discorso è diverso, perché l’imprenditore e l’attività fanno capo alla stessa persona. Anche qui, però, esistono strumenti per affidare ai figli un ruolo gestionale rilevante senza trasferire subito la titolarità dell’azienda. Il riferimento più importante è la figura dell’institore, disciplinata dal Codice civile: è institore colui che viene preposto dal titolare all’esercizio di un’impresa commerciale oppure di una sede secondaria o di un ramo particolare dell’impresa.
Questo significa che il figlio può essere posto a capo dell’attività o di un suo ramo, diventando il punto di riferimento operativo della gestione. In concreto, l’imprenditore continua a restare titolare, ma il figlio assume un ruolo molto forte sul piano amministrativo e organizzativo. È una strada particolarmente interessante quando il genitore vuole responsabilizzare il successore senza anticipare ancora il trasferimento dell’azienda.
In alcuni contesti può rilevare anche la disciplina dell’impresa familiare. L’articolo 230 bis del Codice civile riconosce infatti ai familiari che partecipano all’impresa alcuni diritti e stabilisce che le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa, siano adottate a maggioranza dai familiari partecipanti. Questo non equivale a una nomina ad amministratore nel senso societario, ma mostra come, nelle imprese familiari, i figli possano avere un ruolo attivo anche nelle scelte rilevanti, se partecipano stabilmente all’attività.
Lasciare ai figli la sola amministrazione dell’azienda può offrire vantaggi molto concreti. Prima di tutto, consente di testare le capacità gestionali del successore senza compiere subito scelte definitive sul patrimonio. In secondo luogo, rende possibile una transizione più ordinata, perché il figlio entra gradualmente nei meccanismi dell’impresa mentre il genitore è ancora presente. Inoltre, questa formula può ridurre le tensioni familiari legate al trasferimento della proprietà, dal momento che il tema successorio viene rinviato a un secondo momento e non si sovrappone subito a quello organizzativo. Questi vantaggi sono una conseguenza pratica del fatto che l’ordinamento consente di distinguere il piano della gestione da quello della titolarità.
Un altro aspetto positivo riguarda la continuità aziendale. In molte imprese di famiglia, il problema non è solo chi erediterà l’azienda, ma chi sarà in grado di guidarla davvero. Affidare l’amministrazione ai figli prima del trasferimento della proprietà aiuta a chiarire questo punto in anticipo. Il figlio che si dimostra capace nella gestione potrà poi, eventualmente, essere anche il destinatario del futuro trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni.
Questa soluzione, però, non elimina tutti i problemi. Il fatto di affidare l’amministrazione ai figli non risolve automaticamente il tema della futura proprietà dell’azienda. Prima o poi, infatti, il nodo successorio dovrà essere affrontato, soprattutto se vi sono più figli o altri legittimari. Inoltre, nelle società bisogna sempre verificare con attenzione lo statuto, perché le modalità di nomina e i poteri degli amministratori dipendono anche dalle regole interne dell’ente. Nelle imprese individuali, invece, occorre definire con chiarezza il perimetro dei poteri attribuiti al figlio, così da evitare sovrapposizioni o incertezze nei rapporti con i terzi.
Per questo motivo, lasciare la sola amministrazione ai figli è spesso una buona soluzione di partenza, ma raramente rappresenta il punto di arrivo dell’intero passaggio generazionale. Più spesso è una fase preparatoria, utile per costruire un ricambio ordinato e per capire, anche nella pratica, quale assetto sarà più adatto per il futuro.